venerdì 31 maggio 2013

Ecco come funzionano gli annunci-truffa di lavoro

In una società in cui anche solo cercare lavoro ormai è diventato un vero e proprio lavoro, per il quale investire tempo e denaro per raggiungere i luoghi dei colloqui, sono sempre più utili e preziose le informazioni pubblicate su pagine facebook e  blog in cui ragazzi e ragazze segnalano annunci “bufala” e condividono le proprie spiacevoli esperienze. Lo spirito è condividere informazioni per evitare ad altri di cadere nelle trappole di annunci ingannevoli, i quali offrono un lavoro che in realtà è tutt’altro,  e di perder tempo con aziende che si approfittano della reale necessità di lavoro dei giovani.

Dalle esperienze condivise in rete, su blog e social, si evince che si tratta di agenzie diffuse in tutta Italia,  con nomi diversi, che reclutano venditori porta a porta sui maggiori siti di offerte di lavoro (infojobs, trovolavoro, monster)  attirando i potenziali candidati con annunci ingannevoli che riportano la dicitura “addetto marketing e comunicazione”, “segreteria e amministrazione”, ma anche “magazziniere”, definizioni ben lontane dalla natura reale del lavoro che andranno a proporti, o meglio a nasconderti fino all’ultimo, con riferimenti vaghi e poca chiarezza.

Proprio qualche settimana fa, ho assistito ad una chiamata ricevuta da un’amica per un’offerta di lavoro: avendo considerato positivamente il suo curriculum, le proponevano un colloquio da "A.....". Stanno ancora “reclutando”. Un pomeriggio buttato via, mesi fa, andata e ritorno da Corsico, benzina non gratis. Complimenti falsi ed entusiasmo sprecato. Prima di me altri ragazzi e ragazze. Hanno lasciato la propria esperienza in rete nel 2010, 2011, 2012, oggi e probabilmente anche domani. Nei forum “qualcuno” riporta invece la propria esperienza positiva, in un italiano un po’ così.

L’ambiente è spoglio, come se ci si fossero stabiliti temporaneamente, non molto pulito, qua e là fotografie di ragazzi e ragazze sorridenti ed entusiasti, in sala d’attesa la musica ad alto volume per dare un tono giovanile al tutto e una segretaria che da un momento all’altro potrebbe salire sulla scrivania e mettersi a ballare.  La sala d’aspetto curiosamente troppo affollata di ragazzi e ragazze giovani con esperienze e percorsi  di studio diversi tra loro, tutti candidati ad uno stesso annuncio.

I reclutatori sono ragazzotti che parlano solo inglese e masticano a stento qualche parola di italiano, probabilmente fingendo: lo scopo è confondere chi non sa benissimo l’inglese e dare spiegazioni che siano chiare il meno possibile a chi l’inglese lo sa. Durante il colloquio dispensano gentilezza e sorrisi a palate.
I giovani reclutatori intontiscono i  candidati con discorsi vaghi, puntando sull’ingenuità e sull’inesperienza dei malcapitati,  senza mai spiegare esplicitamente quali sono le mansioni che andranno a svolgere, né il tipo di contratto, tanto meno la retribuzione. “Manager”, continuano a ripetere....wow!

La velocità con la quale la sera stessa del colloquio ti richiamano per farti i complimenti per essere stato selezionato per il secondo colloquio, che si svolge il giorno successivo, desta sicuramente qualche sospetto. Inviano un’e-mail oltre l’orario di ufficio, quando i candidati “selezionati” (cioè tutti i presenti nella disco-saletta) non si mettono ad aprire la posta, dato che non si aspettano nessuna comunicazione avendo già parlato al telefono con non-so-chi qualche ora prima. Casomai si mettono sul divano o a letto. Vi riassumo l’e-mail in due parole: marketing diretto. Furbetti.

Da quanto riportato su  blog e pagine facebook  da persone che si presentano anche il giorno successivo, il secondo colloquio sembra nascondere un’intera giornata di affiancamento  per stipulare contratti Enel porta a porta e prevede spostamenti in giornata (con  spese a carico del candidato) in altre città o addirittura altre regioni. Non è prevista una retribuzione se non in base ai contratti che si riescono a realizzare.
Addetto Marketing e Comunicazione.  Non proprio.


Leggo l’e-mail solo la mattina seguente. Chiamo la dance-segretaria per disdire il secondo colloquio. Correttezza ai massimi livelli, nonostante la presa per i fondelli ricevuta. Mi dice OK e riattacca. Sono costretta a richiamarla. Non ha chiesto neanche il mio nome. [Caterina Sacchi]

mercoledì 8 maggio 2013

Il M5S e quei NO che pesano più delle proposte politiche

Ho letto con attenzione il post che Beppe Grillo ha pubblicato sul suo blog e, devo dire, che sono rimasto sorpreso per due ragioni: la prima è che le proposte che vengono portate avanti mi sembrano in parte molto sensate; la seconda è che non si capisce come mai una forza politica del 25% non sia in grado di imporre la propria agenda a questo Governo dell’inciucio e come mai quelle proposte rimangano pura testimonianza culturale.

Nel blog di Grillo espressamente, a proposito del DEF (il Documento di economia e finanza che impegna il governo ad attuare i provvedimenti prioritari e a riconsiderare il quadro di finanza pubblica nel biennio 2013-2014) si legge di istituire il “Reddito di cittadinanza”, di intensificare la lotta alla corruzione e alla concussione, realizzare una banca nazionale di investimenti dedicati alla PMI e liberi professionisti, definire una strategia di lotta al lavoro nero, velocizzare i pagamenti dei debiti dello Stato con le imprese e i cittadini, adottare politiche finalizzate al rifinanziamento della sanità, sviluppare una politica energetica che punti chiaramente alla riduzione del consumo di combustibili fossili a favore delle fonti rinnovabili. Un programma bello, chiaro e realizzabile (pur non con pochi sacrifici economici).

Ma sarebbe utile a tutti noi, compresi gli elettori ‘grillini’, sentire dal M5S come si possa realizzare un progetto così generoso e ambizioso per il nostro Paese. Non vorrei ricevere quelle risposte, pur serie e apprezzabili, del tipo ‘i soldi li prendo da lì e li metto qui’, ma piuttosto concretamente vorrei sapere come è possibile oggi, dopo aver detto di ‘no’ agli 8 punti proposti più di un mese fa da Bersani e il suo frantumato Pd, come è possibile oggi recuperare quel consenso parlamentare che servirebbe per realizzare quanto proposto dal M5S. Quel consenso parlamentare che forse (sottolineerei frose) col Pd si sarebbe raggiunto.

Quei tanti ‘no’ al Pd pesano più delle tante proposte fatte, perché dei tanti punti che si dovrebbero raggiungere per migliorare l’Italia, forse anche realizzarne soltanto uno sarebbe risultato A) un passo avanti per il popolo italiano, B) una vittoria del M5S, e C) una sconfitta per tutti gli altri. Ma purtroppo mi sembra di capire che il M5S abbia voglia di fare la stessa opposizione che per vent’anni ha fatto la sinistra italiana: pura testimonianza culturale. Quel grande contenitore della sinistra è apparso, ad un certo momento, come un grande palloncino sgonfio ed è questo che rischia pericolosamente il M5S.

venerdì 9 novembre 2012

Quote rosa al governo, la donna e il rapporto con la politica


Perché vi è una minore rappresentanza del genere femminile nelle istituzioni? Come si può raggiungere la cosiddetta ‘parità dei sessi’ in politica? Cosa modifica le attitudini dei generi sessuali nei confronti della partecipazione politica? Le risposte possono essere molteplici e spesso di carattere soggettivo, ma vorrei esprimere (seppure io sia un uomo e forse non possieda sufficiente coscienza degli aspetti che riguardano la donna nell’intimo e nella psicologia)  una mia opinione a riguardo.

La partecipazione politica può essere definita ‘visibile’, se vi si partecipa attivamente come partecipando alla vita di un partito o di un movimento, oppure ‘invisibile’ se ci si informa ma non si partecipa concretamente. Poi ci sono quei cittadini che non vi partecipano affatto e, tra loro ci sono le donne. Come leggiamo nella documentazione prodotta dall’Istat nel 2010 in merito alla partecipazione delle donne in politica, «sono emerse profonde differenze di genere nel rapporto con la politica. La politica continua ad essere percepita da molte donne come una dimensione lontana dai propri interessi. Solo il 53,6% delle donne, infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 68,5% degli uomini [...] Rispetto agli uomini, le donne manifestano una minore propensione all'impegno e presentano tassi meno elevati di adesione alle diverse forme attraverso cui si esprime la partecipazione attiva alla vita politica del Paese». Perché questo fenomeno?

Tralasciando per ora i mezzi con i quali gli uomini e le donne, con alcune (poche) differenze sostanziali, si informano di politica (televisione, carta stampata, radio ecc..), vorrei soffermarmi sui motivi sociali, a mio avviso, che risultano influenzare maggiormente la differenza tra partecipazione maschile e femminile in Italia. Tra le donne, il motivo principale di non-partecipazione è il disinteresse, come mostra il grafico che segue, diviso solo per alcune delle regioni italiane:


Ma da cosa deriva il disinteresse? Nient’altro che da un’attitudine mancata, ovvero dalla abitudine a non interessarsi di politica che ha prodotto nei secoli, nel genere femminile, una falsa credenza di disinteresse alla materia. Detto in parole povere: la donna si è abituata (sbagliando) a non pensare alla politica perchè la società (e quindi anche l’uomo che l’ha governata) si è risparmiata volentieri, sbagliando, il contributo delle donne in politica. Ma con questo non sollevo affatto il genere femminile dalle profonde responsabilità che solo ad esso sono purtroppo attribuibili.

Non prendo per ora le negative influenze che la religione cattolica ha avuto sui processi di avanzamento della donna all’interno della nostra società, anche in politica. Sarebbe bene rammentare ai lettori che la donna, in tutta la storia della religione (senza fare esclusione dei sacri scritti, come la Bibbia) la donna è stata descritta come un essere a sé, diverso e, per certi versi, inferiore. Domandarsi il motivo per il quale le suore non possano fare messa o confessare i credenti-peccatori è sicuramente lecito ed utile alla nostra discussione. Ma a questo approfondimento sarebbe necessario un intervento a parte.

Vorrei soffermarmi sul fatto che la nostra società possiede una visione della ‘riproduzione’ quasi esclusivamente a carico del genere femminile e a questo vengono scaricate le principali responsabilità della procreazione e della crescita sana dei figli. Come? La donna che partorisce è una donna che, sovente, nella nostra società perde il posto di lavoro e in questa parte importante della crescita morale e spirituale di una società, che è la parte del concepimento e della nascita di un nuovo membro della comunità, la legge non garantisce alla donna un’adeguata assistenza economica e sociale. La donna, che ad un certo punto esce dal luogo di lavoro dal quale si è assentata per ovvi e giusti motivi per tanti mesi, farà difficoltà a reinserirsi nel medesimo o in altro posto di occupazione; lei dovrà ripartire da capo e dovrà nuovamente combattere per salire quella famosa ‘carriera’ che altro non è che il raggiungimento della soddisfazione sul proprio posto di lavoro. E’ qui che si crea  la differenza sociale tra uomo e donna. Sarà quest’ultima ad occuparsi della casa e dei figli e sarà ad essa che verranno limitate, dalle condizioni oggettive di solitudine e di impegni domestici, nuove e stimolanti forme di relazione sociale che anche un posto di lavoro possono creare. Queste hanno sicuramente un ruolo fondamentale nella crescita culturale e spirituale della persona, ma ad un certo punto, nelle fasi della gestazione e della crescita dei figli, queste vengono totalmente a mancare. La donna che è obbligata a restare in casa per curare i propri figli assume un ruolo di casalinga permanente che continuerà anche dopo il periodo post-natale, rimuovendo tempo prezioso alla donna per costruire nuove relazioni sociali al di fuori della casa, e quindi anche per recuperare l’interesse per la politica e, quindi, anche il tempo per poterla eventualmente fare attivamente. Dimostrando a se stessa e agli altri che anche le donne possono e devono interessarsi di politica.

Il grafico rappresenta la partecipazione a comizi nel tempo, per l'uomo e per la donna (dati istat).



Lo Stato, ovvero le leggi, non garantiscono quindi alla donna la libertà di crescere culturalmente e spiritualmente, perché non la sostiene e la lascia in balia di un mondo del lavoro e di una società in preda al semplice profitto e in preda alla distruzione della cultura personale per mezzo della televisione, di cui anche le donne sono forti ‘consumatrici’. Come dicevo all’inizio, non intendo sollevare affatto il genere femminile dalle profonde responsabilità che solo ad esso sono purtroppo attribuibili (una donna detiene comunque la libertà di accendere o spegnere la televisione e di fruire di libri, giornali oppure internet), ma la concezione della donna nel nostro Paese e il ruolo che le è stato designato sono purtroppo frutto di una cultura negativa dell’uomo e della donna che, né l’uomo né la donna hanno mai avuto la volontà (per ciò che riguarda l’uomo) o la forza (per la donna) di modificare alla radice. Questa cultura negativa produce nella donna e nell’uomo un torpore mentale pericoloso che rischia di riproporsi nelle menti delle future generazioni e che, in fin dei conti, incentivano negativamente la donna a disinteressarsi della politica.

Quando qualche politico-candidato afferma che se diventerà Premier farà un Consiglio dei Ministri fatto per metà da donne e per metà da uomini, significa che egli attribuisce alle cosiddette ‘quote rosa’ un valore importante. Per me le ‘quote rosa’ hanno un valore moralmente corretto, ma a patto la loro istituzione abbia solamente un carattere temporaneo. Attribuire alle quote rosa un carattere definitivo e costante nel tempo significa relegare alle donne la qualità di ‘categoria-debole’, quando in realtà è la loro presenza nelle istituzioni ad essere debole non loro in quanto donne. Siccome le donne sono per diritto e per natura intellettivamente uguali agli uomini, non vi è la necessità di garantire (regalare) loro una posizione che sarebbero in grado di guadagnare benissimo in piena autonomia. Le quote rosa dovrebbero avere un carattere temporaneo e dovrebbero essere messe in pratica solo nel Consiglio dei Ministri, ovvero nel Governo, e non nel Parlamento, il quale però dovrebbe essere realmente accessibile a tutti i cittadini, indistintamente uomini e donne. Introdurre le quote rosa anche nel Parlamento significherebbe imporre (a mio modesto parere) una legge controproducente per il genere femminile che attribuirebbe al genere una qualità distintiva tra i cittadini: come dire la donna è diversa dall’uomo e quindi la donna va ‘aiutata’ ad entrare nelle istituzioni perché da sola non ce la fa.

Se invece le quote rosa mantenessero il proprio ruolo esclusivamente nel Governo e soltanto in modo temporaneo, si riuscirebbe a incentivare la creazione e approvazione di leggi importanti per ridurre il gap sociale tra uomo e donna, intervenendo – per fare solo pochi esempi – sull’assistenza economica della donna (e della famiglia in generale) nella gravidanza e nella cura dei figli in tenera età, nella creazione di leggi che incentivino  il lavoro a tempo indeterminato a svantaggio di quello precario, nella messa fuori legge (con pene severissime per la loro violazione) delle cosiddette ‘dimissioni in bianco’ che la donna da molto tempo subisce nei posti di lavoro, nell’istituzione di nuovi asili nido pubblici a prezzi calmierati che possano permettere alle famiglie di non dover scegliere tra il lavoro (ovvero la costruzione e la coltivazione di nuove relazioni sociali culturalmente elevanti) e la vita domestica socialmente poco appagante. Se è vero che sono le donne a conoscere meglio degli uomini la propria condizione sociale è bene che siano loro ad occuparsi di pensare, lanciare e attuare una nuova condizione della donna nel nostro Paese, attraverso un sistema di leggi funzionali e di forte e positivo impatto sociale, producendo nel Paese una rivoluzione culturale che investa anche gli uomini e il senso comune, travolgendolo e stravolgendolo. Sarà utile anche un solo mandato di cinque anni di un Governo per portare a compimento questa nuova ‘carrellata’ di leggi che possano modificare la concezione della donna nella nostra società? Forse sì, a patto che le leggi non siano un palliativo ma reali riforme strutturali, direi rivoluzionarie. Se ciò da una parte produrrebbe maggiore sicurezza sociale per la donna (e quindi della famiglia in generale), maggiore serenità nella naturale procreazione, e più tempo per costruire relazioni sociali e fare politica, dall’altra produrrà il grande beneficio di un modello di donne al servizio del proprio Paese che darà la consapevolezza alle altre donne e agli uomini, che in fondo tutti i cittadini possono occuparsi di politica, indistintamente dal genere, dall’etnia o dall’età. 

venerdì 26 ottobre 2012

La corruzione e l'egoismo in politica

E’ attuale, non solo in Italia, il problema della corruzione in politica e del comportamento egoista e furfante, di alcuni politici, ovvero dei rappresentanti del popolo. Spesso essi possono arricchirsi in denaro ed in potere, alle spalle dei cittadini, elettori. Ciò accade a tutti i livelli, da quello comunale a quello nazionale e nessuna realtà è ad oggi immune da questi problemi che intaccano e fanno ammalare il sistema democratico. 

La democrazia rappresentativa esiste anche quando chi detiene temporaneamente il potere, ovvero il rappresentante, sia in grado di rispettare la volontà del popolo che lo elegge, e si allontani, quanto più possa, dal soddisfare solamente i bisogni e gli interessi personali (interessi privati). Quanto più questi interessi privati (che, secondo le leggi attuali, permangono comunque) si avvicinano o meglio corrispondono a quelli collettivi, tanto più la democrazia rappresentativa può generare il bene per la collettività. Come è possibile fare in modo che il bene collettivo sia il più vicino possibile al bene privato del rappresentante? Il potere è anche detto sovranità ed è composto dalla legge (e dalle sue punizioni) e dalla libertà. La libertà viene limitata dalla legge per consentire a tutti di usufruirne in egual misura. I diritti rientrano nella libertà e anch’essi sono limitati dalle leggi, perché un cittadino ha il diritto di acquistare, di vendere o di firmare contratti privati, ma non possiede il diritto di uccidere o di rubare.

 Se suddividessimo il potere (legge e diritti) in tante piccole parti quanti sono i cittadini dello Stato, potremmo affermare che ogni piccola parte appartiene ad ogni cittadino. Questa parte la chiamiamo “potere privato” e, in modo naturale, tende al vantaggio personale. Una parte di questo potere privato viene ceduta temporaneamente al rappresentante che, nella sua funzione politica, mantiene il suo status di cittadino privato, in quanto la sua persona non viene esclusa da ogni altro diritto che possiede qualsiasi altro cittadino, cioè non gli viene decurtato quella piccola parte di “potere privato” uguale a tutte le altre parti possedute nel medesimo tempo da tutti gli altri cittadini. Il rappresentante preserva quindi il diritto di acquistare, di vendere o di firmare contratti. Egli non perde nulla di ciò che aveva in quanto cittadino, ma guadagna in aggiunta la sua funzione pubblica di rappresentante e, quindi, acquisisce il potere decisionale temporaneo, ovvero quella parte ceduta dal cittadino e sottratta al “potere privato” di ognuno. Il rappresentante può, quindi, decidere per tutti gli altri cittadini, sia che essi lo abbiano votato, sia che essi lo abbiano avversato. Egli detiene un potere in più rispetto agli altri cittadini, che chiamiamo “potere collettivo”.

 Se il rappresentante venisse temporaneamente decurtato del suo “potere privato”, a egli rimarrebbe solo il “potere collettivo” che egli conserva temporaneamente fintanto che occupa la posizione di rappresentante. Il rappresentate rimane comunque e a tutti gli effetti un cittadino dello Stato, ma senza il “potere privato” ovvero il potere di avvantaggiare se stesso. Egli potrebbe avvantaggiare solo e soltanto la collettività. Ma se il rappresentante prendesse decisioni per il solo bene collettivo, e non per se stesso, anche lui se ne avvantaggerebbe nel presente e nel futuro, perché egli è cittadino ora e lo sarà domani. Egli godrà dunque dei vantaggi conquistati tramite la sua giusta e buona decisione ora e domani. In questo modo il bene collettivo è anche il bene del rappresentante in quanto anche lui è cittadino e anche lui fa parte della collettività. Decurtato temporaneamente del suo “potere privato”, il rappresentante non può cadere nella tentazione di avvantaggiare solo se stesso a discapito degli altri. Nell’avvantaggiare se stesso, beninteso rientrano anche le agevolazioni a favore della la propria famiglia o della propria cerchia di amici, nonché di colleghi di lavoro e di conoscenti. Queste categorie (che sommandole definiamo “cerchia”) dovrebbero essere sottoposte a controlli e, se necessario, a limiti (di fattispecie diverse da quelli sottoposti al politico/rappresentante).

 Ritornando alla domanda iniziale, come è possibile fare in modo che il bene collettivo sia il più vicino possibile al bene privato del rappresentante? La risposta è ora più semplice: far sì che il rappresentante non possa soddisfare interessi personali immediati e quindi non possa avvantaggiare se stesso e la sua cerchia nel tempo presente. Non possa cioè godere del “potere privato”. Il rappresentante non dovrebbe possedere quel “potere privato” che gli consentirebbe di vendere, comprare o firmare contratti. Siccome nessuno desidera il male per se stesso, ma solo e soltanto il bene, quindi preferisce il vantaggio allo svantaggio, queste attività (comprare, vendere e firmare contratti), normalmente e naturalmente, vengono eseguite solo per avvantaggiare se stessi e non gli altri. Se il fine della democrazia rappresentativa è il bene collettivo, allora questo ragionamento dovrebbe essere legge dello Stato, per conquistare o riconquistare la fiducia dei cittadini (il che aumenterebbe il loro grado di partecipazione e quindi di coscienza civica), per far sì che la politica sia realmente promotrice di giuste e coerenti decisioni, sempre e soltanto nel bene collettivo.

lunedì 22 ottobre 2012

La bellezza come cura del degrado e dell'individualismo


Quando una città può essere considerata bella? Il concetto di “bello” è un concetto apparentemente astratto, dove è il gusto soggettivo a stabilire se un oggetto è bello oppure brutto, ma tra questi vi sono alcuni oggetti che sono belli universalmente, perché donano in modo naturale a chi li guarda un senso di armonia ed equilibrio. Se prendiamo in considerazione gli oggetti della natura, una mela può essere considerata un bel frutto perché possiede una figura armonica e razionalmente riconducibile ad un oggetto geometricamente equilibrato, anche se imperfetto. Così un cavallo di razza, che sia oggettivamente sano, è un animale bello da vedere anche se con quale imperfezione. Inoltre la mela e il cavallo (per continuare su questi esempi) riportano il soggetto che li guarda nell’ambito della natura così com’è e come è sempre stata, prima che nascesse l’uomo e nascessero le città. La natura è bella per definizione e nessun uomo o donna, appartenenti a qualsiasi civiltà passata e presente, affermerebbe il contrario, poiché l’uomo e la donna fanno anch’essi, in primis come animali e poi come cittadini, parte della natura nella sua evoluzione. Dire che la natura è brutta è come dire che la specie umana è brutta.

Quindi un oggetto naturale è da considerarsi anche bello, ma anche ciò che non è naturale può essere bello e gli esempi di città esteticamente belle ne abbiamo tantissimi: qualche esempio potrebbe apparire superfluo ai lettori che conoscono l’Italia ma mi è utile per dimostrare che una città è bella soprattutto quando mantiene il contatto con la natura. Un piccolo paese ben conservato, che mantiene i suoi monumenti antichi in buone condizioni, arroccato su di una collina, circondato da vigneti e boschi, è considerato universalmente bello perché, oltre a mantenere un diretto contatto con la natura è anche storicamente collegato all’evoluzione di quel paesino e dei suoi abitanti. Quel paesino non ha perso l’anima della propria storia che nacque nella natura assieme al lavoro, alla tradizione e ai costumi, che hanno fatto stanziare in quel luogo e crescere nel medesimo, innumerevoli generazioni di persone che hanno saputo e voluto conservare il carattere originario dell’uomo nella propria natura. Anche un antico fienile è parte della natura perché è nella natura dell’uomo averlo costruito per il proprio lavoro; una chiesa antica è da considerarsi naturale perché è nella natura dell’uomo avere tradizioni religiose; è naturale una piazza perché è nella natura dell’uomo ritrovarsi in un luogo dove comunicare. Quanto più questi oggetti si avvicinano alla natura intesa come terra, piante, animali e quanto più si avvicinano alla natura dell’uomo, tanto più essi sono considerati belli universalmente. Un antico monumento costruito in mattoni di terracotta (elemento derivante dalla natura e vicino ad essa) è più bello di un monumento costruito in prefabbricati di cemento; così una piazza lastricata di sassi e pietre ben disposti è più bella di una piazza asfaltata con catrame e cemento. Nulla togliendo alle qualità dell’asfalto e del cemento per il loro basso costo e per la loro durevolezza, è scientificamente innegabile che il cemento e l’asfalto abbiano un impatto negativo sull’ambiente (gli aspetti dannosi chimico-tossicologici del bitume o le scorie che troviamo abitualmente nel cemento  ad esempio) e sull’estetica di un paese così come di una grande città.

Allo stesso modo ciò che è brutto è tale universalmente: avete mai sentito dire che una discarica fosse bella e armoniosa per qualcuno? Una carcassa di un’automobile abbandonata e data alle fiamme può essere considerata un bell’oggetto? Una strada sporca di rifiuti è bella? Così anche una casa fatiscente o un ponte in pessime condizioni, possono essere ritenuti belli? Una chiesa in cemento armato o in prefabbricato è peggiore di una in terracotta, decorata finemente? Alcune città degradate sono oggettivamente brutte da vedere perché non conservano nulla che sia riconducibile ad un vivere armonioso dell’uomo con la natura: le periferie spesso mantengono il valore dell’utilità (case in cui abitare, negozi in cui acquistare, uffici o fabbriche dove lavorare) ma sovente perdono la bellezza, e il cittadino ne risente socialmente e psicologicamente.  

Una città brutta da vedere è spesso anche una città poco vissuta e, viceversa, una città poco vissuta è una città che, mano a mano, generazione dopo generazione, diventerà sempre più brutta esteticamente. Un circolo vizioso che qualcuno dovrà fermare, pena il degrado e l’abbandono del posto da parte dei suoi cittadini. Un abbandono non soltanto fisico, nel senso si abbandonare un luogo e trasferirsi altrove, ma anche nel senso della cura che si dovrebbe avere per il luogo dove si vive, cioè lasciare la città nel degrado e nella incuria. E’ bene tener presente che un monumento, una piazza o una chiesa antica non vengono rovinati solo dal tempo, ma anche e soprattutto dall’incuria. Vivere un luogo (non vivere in un luogo) significa frequentarlo anche oltre l’orario lavorativo e un luogo bello esteticamente riesce maggiormente a spingere i suoi abitanti a frequentarla e invita questi a stringere sempre più nuove relazioni sociali e, di conseguenza, a crescere culturalmente. Una cittadinanza con elevata cultura (nozione per il nostro fine volutamente distante dal concetto di istruzione scolastica, anche se quest’ultimo elemento incide parecchio sulla partecipazione attiva dei cittadini alle decisioni comuni) è una cittadinanza maggiormente partecipe delle decisioni politiche e meno incline a decadere nella negligenza per la cosa pubblica. Non solo: maggiori relazioni sociali e una più elevata cultura del senso civico creano maggior controllo dei cittadini sui cittadini, poiché questi tenderanno ad escludere dalle proprie azioni quelle inadatte alla loro desiderabilità sociale. Tutti sanno che gettare una cartaccia per strada è socialmente scorretto, ma quell’azione diventerà sempre meno frequente tra i cittadini quando questi si sentiranno culturalmente, socialmente ed emotivamente costretti a non farlo perché si convincono che risulta essere un’azione riprovevole. Questo inevitabilmente genera altruismo, perché si saprà che mantenere la bellezza lo so fa per se stessi e per gli altri.

Gettare una cartaccia in una periferia degradata è tanto riprovevole quanto gettarla nel centro storico di Assisi, ma è certo più facile che accada la prima azione piuttosto che la seconda. Questo perché una bella città spinge i propri cittadini o gli ospiti ad averne maggiore cura; un luogo bello esteticamente comporta quindi un miglioramento effettivo nel comportamento delle persone che lo vivono, elevano queste ultime culturalmente e si imprime nella generazione presente l’educazione al rispetto della cosa pubblica, educazione che continuerà per le successive generazioni. Chi governa la città, se possiede la coscienza di questo, può e deve spezzare quel circolo vizioso che imbruttisce le città e incattivisce i cittadini, può e deve imporre una riqualificazione estetica dei luoghi dove i cittadini si incontrano abitualmente e invitare chi non li frequenta a farlo soventemente, può e deve rigenerare una cultura della bellezza estetica del vivere collettivo. Sarà la bellezza a salvare le nostre città dal degrado e dall’individualismo.

giovedì 18 ottobre 2012

L'etica, il cittadino distratto e il buon governo

Quando si parla di etica in politica, bisognerebbe innanzitutto affidare il significato esatto alle due parole: etica e politica. La prima deriva del greco (èthos) e significa comportamento; la seconda (pòlis) significa città, o meglio governo della città. La filosofia ha sempre cercato, con l’etica, di distinguere quei comportamenti buoni e giusti, da quelli cattivi e sbagliati ma ad oggi, se osserviamo anche solo con un po’ di superficialità non possiamo non accorgerci che le due parole (etica e politica) viaggiano ormai distaccate e, nell’immaginario comune, l’una rappresenta l’opposto dell’altra. Secondo il filosofo Socrate (469-399 a.C.), considerato il padre fondatore della filosofia dell’etica, affermava che il bene fosse possibile solo attraverso la virtù del sapere, ovvero per fare il bene (evitando il male) bisogna conoscerlo. E certamente non è scontato che chi detiene il potere decisionale è anche buon conoscitore di ciò che decide, perché oggi il governo è affidato a chi, da una parte riesce a districarsi nel carrierismo partitico o movimentista, dall’altra detiene le risorse economiche per disporre di mezzi di comunicazione più efficienti e, certamente in modo consequenziale, anche più costosi. Da ciò deduciamo che non è detto (certamente neanche escluso) che tra gli eletti vi sia qualcuno in grado di soddisfare le richieste dei compiti assegnatogli e, eventualmente a pagarne le conseguenze sarebbero esclusivamente i cittadini elettori i quali a loro volta, per la maggior parte, di soluzioni tecniche di livello strategico nazionale e di vedute complessive dell’intero sistema-Paese, ne sanno di certo poco o nulla. In Italia, secondo i dati Istat, soltanto l’11% circa della popolazione è in possesso di un diploma di laurea, grado di istruzione che permetterebbe con maggiori probabilità un’analisi critica e cosciente di una materia specifica (giustizia, sanità, istruzione ecc.), non solo di carattere politico, ma anche e soprattutto tecnico. 

L’elettore che non conosce a fondo le soluzioni a quesiti di natura prettamente tecnica, per decidere a chi affidare quel potere decisionale, sia in un sistema elettorale che prevede le preferenze sia in un sistema che non le preveda, si affiderebbe alla fiducia del momento o del periodo, più o meno coltivata nel tempo con affezione o convinzione. Un politico o un aspirante-tale che sa bene argomentare il proprio discorso e possiede delle alte capacità oratorie, può saper convincere l’elettore meglio di un tecnico, ma come affermava Socrate, l’oratoria non è altro che la persuasione di chi ascolta e della sua successiva convinzione di sapere. Se l’elettore che ascolta non è un tecnico e quindi non conosce la materia per la quale il politico vuole convincerlo ad esprimere una preferenza per sé o per il proprio movimento o partito, allora l’elettore sarà probabilmente persuaso della veridicità delle affermazioni del politico, senza alcuna differenza che questi faccia il bene o il male del cittadino-elettore. Distinguiamo tra il “semplice parlamentare” e il “ministro”: quest’ultimo è colui che dovrebbe possedere quella preparazione tecnica che non è data possedere al semplice parlamentare e al cittadino. Il Ministro governa e il compito di chi governa non è quello di «compiacere l’elettore» (come scrive la professoressa Alessandra Fussi nel suo saggio “Retorica e Potere”) ma di fare il bene del cittadino e per farlo deve conoscerlo, quindi dovrebbe detenere una preparazione tecnica, soprattutto se ricopre incarichi di Governo. «Compiacere un interlocutore, ottenere riconoscimento, vedere confermata nello sguardo altrui una certa immagine di sé, acquistare potere politico, manipolare le opinioni altrui», non dovrebbero essere i motivi che spingono colui che detiene un posto al Governo. Se ciò accade nei fatti, non è colpa solo di una pulsione umana, sociale e psicologica di chi si candida a sostenere una carica di Ministro, ma quanto di chi detiene il diritto del voto, ovvero il cittadino elettore, il quale mantiene la facoltà di scelta e dovrebbe esercitare quella funzione di controllo su chi vota e poi elegge, il quale a sua volta influenza la scelta dei ministri. Il cittadino però non è attento, egli non si informa adeguatamente e non approfondisce le proprie conoscenze tecniche poiché le condizioni quotidiane, lavorative, economiche e sociali non lo permettono: avere una conoscenza tecnica, ad esempio, sull’economia nazionale e internazionale, o sulla giustizia oppure sulle strategie geopolitiche non è di certo materia di un operaio o di un piccolo imprenditore di provincia. Questi, anche se potenzialmente interessati ad un’informazione più completa e più approfondita, difficilmente raggiungeranno una conoscenza tale da permettere loro di dibattere e prendere decisioni ragionate e coscienti su quelle materie, di competenza esclusivamente tecnica. Non distinguono, almeno sugli aspetti tecnici, tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Le statistiche italiane (dati istat 2010) disegnano un quadro scontato sulle modalità con le quali il cittadino medio si informa sulla politica e dove forgia le proprie convinzioni di espressione del voto. Ovviamente è la televisione a farla da padrone, dove la differenza tra contenuto e presentazione del contenuto (tra sostanza e forma) aumenta esponenzialmente, privilegiando la forma piuttosto che la sostanza. Ecco che si fa diminuire (volontariamente o involontariamente) nel pubblico-elettore il senso critico del contenuto di un’esposizione, modificando il giudizio o la percezione di un certo candidato, il quale apparirà capace o meno capace, a seconda di come quest’ultimo venga presentato dalla trasmissione in onda. 



Appare però chiaro che l’elettore non è obbligato ad informarsi in televisione, anche se quest’ultima appare come lo strumento più veloce, economico e intuitivo per farsi almeno un’idea sul mondo che lo circonda. Infatti le sciocchezze che la televisione propina quotidianamente ai telespettatori (sempre meno critici e coscienti) producono alcune credenze, delle quali rimangono responsabili quasi esclusivamente proprio gli elettori, poiché questi conservano ancora la facoltà di scegliere come, dove e quando informarsi, soprattutto con l’avvento di internet. Secondo uno studio pubblicato su http://www.audiweb.it, infatti, nell’aprile 2012 ben 28,6 milioni di italiani si sono collegati al web e, la maggior parte di essi possiede la maggiore età e quindi il diritto di voto. 



Confrontando i dati più in alto citati e questi ultimi, si deduce che internet non viene usato dalla maggior parte degli utenti (cittadini elettori) per informarsi, ma come semplice svago o per comunicare con altri. Essi preferiscono, a quanto pare, farsi plagiare dai facili spettacoli d’informazione televisiva, preferiscono demandare ai professionisti della retorica le decisioni da prendere sulla propria vita e sulle materie strategiche del proprio Paese. «L'adulazione del politico di turno, come scriveva Platone va a caccia di ignoranza e la abbindola con ciò che è più piacevole al momento». I cittadini, purtroppo, non sono ancora pronti per una democrazia più diretta e non sono ancora pronti a scegliere tra l’etica e la retorica. Ma chi davvero crede in una democrazia più giusta, più funzionale e più diretta deve ben conoscere, da una parte i limiti oggettivi che un sistema democratico comporta e le grandi potenzialità che esso conserva e che non ha mai voluto esprimere per poter superare quei limiti.